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Quella cosa morta che avete sui libri
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Quella cosa morta che avete sui libri
Ripropongo questo topic perché alcuni miei allievi stanno studiando la poesia del '900 e, disgraziatamente, a causa dei ristrettissimi tempi scolastici non abbiamo mai la possibilità di fare le poche solite cose. Ieri si parlava di Alfonso Gatto. Propongo la lettura di una poesia sul padre. Il tema del "padre" attraversa tutta la letteratura del '900. Non il tema dei rapporti genitoriali in genere, non il tema della mamma/madre, presente in 4 millenni di letteratura occidentale. Il '900 è il secolo del Relativismo, della perdita di ogni "auctoritas". Da Pascoli a Pirandello a Svevo, Gatto, Pasolini, il '900 è il secolo dell'assenza del padre. Intendiamo per "padre" tutto ciò che rappresenta il limite, la regola, l'autorevolezza, la struttura forte, il no. Il '900 è stato un secolo evirato. Io credo che sia lì che si gioca il nostro futuro, nel recupero dei padri e in una nuova visione della libertà individuale. Una libertà che si limita da se stessa perchè ha appreso a farlo. Non c'è libertà, se non c'è il limite. A ben guardare, nel nostro tempo mancano del tutto i presupposti per questo indispensabile rivolgimento, ma una cosa mi dà speranza: stiamo toccando il fondo e i meccanismi di saturazione possono una buona volta farci risalire dal profondo degli abissi. Con una stella in mano.
Alfonso Gatto
A mio padre
Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l'ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni libertà s'accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un'ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
"Com'è bella la notte e com'è buona
ad amarci così con l'aria in piena
fin dentro al sonno". Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgente a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l'alba.
Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l'ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni libertà s'accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.
Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un'ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
"Com'è bella la notte e com'è buona
ad amarci così con l'aria in piena
fin dentro al sonno". Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgente a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l'alba.
Alfonso Gatto
_________________
Costruire un Liceo. Insieme.
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Hirundo Hiberna-
Numero di messaggi: 851
Età: 37
Localizzazione: III A - II B - III B Liceo Classico
Occupazione: docente
Classe: molta
Data d'iscrizione: 24.11.07
Poesia. Sempre.
Kahlil Gibran – "Sulla bellezza"
Di notte le guardie della città dicono:
"La bellezza sorgerà con l'alba da oriente".
E al meriggio colui che lavora e il viandante dicono:
"L'abbiamo vista affacciarsi sulla terra dalle finestre del tramonto".
D'inverno, chi è isolato dalla neve dice:
"Verrà con la primavera balzando di colle in colle".
E nella calura estiva il mietitore dice:
"L'abbiamo vista danzare con le foglie dell'autunno
e con la folata di neve nei capelli".
Tutte queste cose avete detto della bellezza,
Tuttavia non avete parlato di lei,
ma di bisogni insoddisfatti.
E la bellezza non è un bisogno,
ma un'estasi.
Non è una bocca assetata,
né una mano vuota protesa,
Ma piuttosto un cuore bruciante e un'anima incantata.
HH
Di notte le guardie della città dicono:
"La bellezza sorgerà con l'alba da oriente".
E al meriggio colui che lavora e il viandante dicono:
"L'abbiamo vista affacciarsi sulla terra dalle finestre del tramonto".
D'inverno, chi è isolato dalla neve dice:
"Verrà con la primavera balzando di colle in colle".
E nella calura estiva il mietitore dice:
"L'abbiamo vista danzare con le foglie dell'autunno
e con la folata di neve nei capelli".
Tutte queste cose avete detto della bellezza,
Tuttavia non avete parlato di lei,
ma di bisogni insoddisfatti.
E la bellezza non è un bisogno,
ma un'estasi.
Non è una bocca assetata,
né una mano vuota protesa,
Ma piuttosto un cuore bruciante e un'anima incantata.
HH
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ERRATA CORRIGE
Per la II B classico: Vi segnalo qui la corretta disposizione dei versi della poesia di Montale che abbiamo apprezzato oggi.
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Eugenio Montale
[i]
HH
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
Eugenio Montale
[i]
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